Gabriele Dias: Prologo (2)

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Avvertenza al lettore

Le circostanze narrate in queste pagine descrivono un mondo che appartiene ormai alla storia, in una città immaginata oltre quaranta anni or sono e senza riferimenti a fatti o persone realmente esistite. La testimonianza letteraria qui raccolta ci permette di viaggiare in quel mondo, uno dei tanti mondi dove in Europa si incontravano i tempi antichi e la disorientante realtà moderna.

Qualsiasi riferimento a persone o a eventi realmente esistiti è puramente casuale.


Tutto questo, si potrebbe dire, è come dovrebbe essere. Il luogo perfetto per una vacanza è preferibilmente un’isola, idilliaca, insondabile, selvaggia, un po’ spaventosa, talmente imprevedibile, comunque, che chi ritorna in patria può raccontare pericoli e avventure in modo credibile. Non si vede l’ora di provare la confortante sensazione di essere di nuovo a casa. E più tardi, nei momenti di stanchezza del lavoro d’ufficio, dalla memoria crescono lunghe ore di contemplazione a occhi aperti.

Tuttavia, se i viaggiatori pensano di aver capito l’isola e la sua capitale durante il loro breve soggiorno, si sbagliano. Campomoro e i suoi dintorni, nonostante i suoi quattrocentomila abitanti, è solo una metropoli vista all’esterno. Solo chi vi ha trascorso anni o una vita intera sa che dietro il fragoroso rumore del traffico e la moda dei vestiti cosmopoliti si nasconde una dimensione umana non diversa da quella di un piccolo villaggio dell’interno dell’isola. Le ragioni di ciò saranno ricercate nella sua sfavorevole posizione geografica, che rende difficili i contatti con il continente europeo. In realtà, l’isola appartiene più all’Africa che all’Europa.

 

Campomoro 2021

 

A questo punto, naturalmente, chi è Campomorano da generazioni farà notare che due terzi degli abitanti della città provengono dai villaggi, essendosi trasferita qui solo negli ultimi trent’anni. Certamente la città ha cambiato il suo carattere in questi decenni. I paesani che l’hanno allagata, scambiando le loro mandrie, i loro oliveti e i loro aranceti per la dubbia sicurezza di un piccolo negozio di frutta e verdura o per un lavoro nella grande raffineria di Santa Margherita, hanno portato con sé una secolare diffidenza verso le cose del mondo e non hanno mai preso piede nella grande città. Troppo forti sono le radici che li legano al loro villaggio d’origine. Lì, la maggior parte di loro ha “la casa”, la propria casa, verso la quale fuggono in caso di difficoltà impreviste. Lì tornano a sposare le loro figlie, a celebrare il santo del villaggio e a seppellire i loro morti. Sembra quasi che siano presenti solo fisicamente a Campomoro, mentre tutti i pensieri, le speranze e i desideri continuano a ruotare intorno al loro villaggio.

 

In Castello

Campomoro stessa, a causa dei nuovi arrivati, è diventata ancora più provinciale di quanto non lo fosse già. In città c’è un ordine temporale preso in prestito dalla vita rurale. Alle due del pomeriggio e la sera verso le nove, la folla cittadina, improvvisamente e per ragioni non comprensibili allo straniero, si scioglie, e la città si affretta alla tavola materna per ricevere il pane quotidiano. C’è qualcosa di mostruoso in Campomoro a causa di questo ritmo rigoroso, come una gigantesca creatura che tossisce le sue viscere in un respiro prolungato e le risucchia, le tossisce di nuovo e le risucchia di nuovo, ancora e ancora, senza cambiamenti. Non sorprende che, in queste circostanze, l’umore prevalente dell’anima campomorana sia la noia. La noia è più opprimente del caldo di luglio e limita la loro creatività più a fondo del vento gelido e umido di febbraio. Si comprende, quindi, l’effetto che ha dovuto produrre lo scandalo dell’ “Omicidio della Clinica Campomorana” che ha portato la città addormentata, da un giorno all’altro, sul palcoscenico della visibilità mondiale. I campomorani erano confusi. La disapprovazione di fronte all’orrore di quanto accaduto e l’approvazione di fronte all’inaspettato ruolo da protagonista evocavano nei cittadini una dicotomia di cui non erano all’altezza e che evocava emozioni di tale intensità di cui non erano comunemente capaci. Improvvisamente la sognante cittadina di provincia sulla frontiera africana si è svegliata dal suo solitario letargo. Come c’era da aspettarsi, la copertura mediatica delle rivelazioni della valigia nera e degli eventi successivi è stata incompleta, parziale e superficiale. Il popolo comune delle nazioni europee si è poi diviso in due campi. Mentre l’omicidio della clinica appariva ad alcuni come un rifiuto dell’umano e dell’umanità, altri volevano vedervi un atto eroico di spontanea “esplosione di giustizia”. Per il narratore che ha assistito agli eventi, entrambi i punti di vista erano destinati a sembrare insensati nella loro unilateralità e pericolosi nella loro esagerazione. Nasce così l’intenzione di rivedere e completare la documentazione del periodo in questione. Una modesta forma letteraria sembrava adatta a facilitare il successivo esame degli eventi. Con uno sforzo meticoloso e disinteressato, il narratore ha infine redatto la seguente cronaca non impegnativa. Possa la comprensione dei pensieri e delle preoccupazioni dei personaggi coinvolti contribuire a far sì che le tragiche circostanze dell’omicidio della clinica Campomorana non vengano dimenticate!

 

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La prossima puntata sarà pubblicata quando Gabriele Dias avrà 50 follower.